Referendum 17 Aprile 2016, le questioni del Si e del No

Occupazione, inquinamento, ambiente e politiche energetiche. Ecco i temi su cui ci si deve interrogare prima di votare ‘sì’ o ‘no’ al referendum sulle trivelle del prossimo 17 aprile, che per essere valido deve raggiungere il quorum del 50% più uno degli aventi diritto.

Sulla questione occupazione si sono spaccati anche i sindacati. Per la Cgil della Basilicata lo sfruttamento della Val D’Agri non ha portato benefici, mentre la Cgil nazionale, con il segretario dei chimici Emilio Miceli, sostiene che votare ‘no’ tuteli migliaia di posti di lavoro. Solo nella provincia di Ravenna si parla di 7mila persone impiegate nel settore dell’offshore. L’Italia può permettersi di chiudere gli impianti?

Enrico Gagliano (promotore della tornata e fondatore del coordinamento No Triv) per il ‘sì’

“La vittoria del ‘sì’ non determinerà alcuna cessazione immediata delle attività offshore, che proseguirebbero fino alla loro scadenza per terminare in un arco di tempo che oscilla da un minimo di 1 anno e 3 mesi a un massimo di 11 anni. Sulla questione disoccupazione si fa terrorismo mediatico: il referendum riguarda concessioni che erogano il 9% del petrolio e il 27% di tutto il gas estratti in Italia; i pozzi di gas hanno superato da anni il picco di produzione e hanno una vita residua media di 5/6 anni, un tempo sufficiente per riqualificare il settore”.

Umberto Monopoli (presidente dell’Associazione italiana nucleare) per il ‘no’

“L’opportunità offerta dalla scoperta degli idrocarburi in Italia ha consentito la nascita dell’Eni e, intorno a esso, di una miriade di aziende che, partendo dal business nazionale, hanno sviluppato tecnologie d’avanguardia e sono diventate leader nel mondo. Il referendum, imponendo la fermata della produzione di campi a gas già funzionanti in piena sicurezza e in modo redditizio, bloccherebbe il motore che ha finora consentito alle aziende di investire in Italia. Il fenomeno sta già verificandosi a Ravenna e in Adriatico. Il ragionamento dei sindacati lucani è totalmente miope.
Il caso Ravenna è emblematico. Secondo alcuni studiosi gli impianti non danneggiano il turismo, secondo altri in quell’area le estrazioni di acqua e gas dal sottosuolo accelerano il fenomeno della subsidenza costringendo a investimenti per tutelare spiagge e suolo.

E.G. per il ‘sì’ – “Dove sono finiti quelli che – Prodi in testa – indicavano nella Croazia il modello da seguire? Il nuovo governo croato ha deciso di bloccare i progetti di estrazione in Adriatico per difendere il turismo. Noi, invece, scegliamo le trivelle. L’accelerazione del fenomeno della subsidenza è un dato: secondo l’Arpa dell’Emilia Romagna, in prossimità del giacimento di gas Angela-Angelina le estrazioni hanno prodotto in oltre 20 anni, sui fondali compresi tra i 4 e i 6 metri, abbassamenti superiori a 2 metri. Da Nord a Sud: anche in Calabria, vicino Crotone, Leonardo Seeber, sismologo della Columbia University, ha registrato un nesso tra estrazioni di gas in mare e subsidenza. Su Capo Colonna è stato eretto un muro di silenzio perché in quell’area dello Ionio, molto vicino alla costa, si estrae quasi il 15 per cento di tutto il gas estratto in Italia”.

U.M. per il ‘no’ – “Il Turismo a Ravenna è un dato di fatto. I veri problemi ci sono stati al più in passato quando una raffineria e un polo petrolchimico (che importavano petrolio dall’estero) hanno obbligato a trovare un equilibrio complesso. Ma dal settore ricerca e produzione di idrocarburi si sono solo avuti benefici importanti, fino a giungere alla simbiosi fra piattaforme di produzione di gas naturale e la coltivazione di cozze con il ripopolamento della fauna ittica. Sulla subsidenza sono stati effettuati studi approfonditi a altamente scientifici, con la creazione di modelli elaborati da università e centri di ricerca. La subsidenza riguarda tutta la fascia appenninica con un costante spostamento verso Est, che porterà fra un milione di anni alla scomparsa del Mare Adriatico”.
Quali sono le conseguenze sull’ecosistema terra-mare, sull’inquinamento di acqua, sulla tutela della biodiversità e della pesca?

E.G. per il ‘sì’ – “Le società che estraggono escludono il rischio di incidenti in mare, ma questa possibilità non può essere esclusa. Prendiamo per esempio la concessione di olio ‘Rospo Mare’ di Eni e di Edison (nell’offshore abruzzo-molisano), ad un tiro di schioppo dalle Tremiti e a poche miglia dal parco marino di Punta Penne. Qui, tra il 2005 ed il 2013, si sono verificati due versamenti: l’ultima volta sono finiti in mare mille litri di idrocarburo. Si è sfiorato un disastro ambientale in l’Adriatico. Rospo Mare è una delle concessioni interessate dal referendum: se dovesse vincere il ‘no’, Edison ed Eni potrebbero decidere di aprire altri pozzi e andare avanti finché ce n’è o finché lo riterranno conveniente”.

U.M. per il ‘no’ – “Basta visitare una piattaforma o assistere al processo di perforazione per rendersi conto del livello di rispetto ambientale garantito con le tecnologie sviluppate dalle nostre aziende. Nulla viene scaricato a mare, ma trattato e riportato a terra in discariche specializzate. I sistemi di trattamento delle acque consentono spesso la loro piena potabilità. In California, in seguito al totale sfruttamento dei giacimenti petroliferi, bisognava smantellare le piattaforme. Ed è proprio il movimento ambientalista a chiedere di lasciare lì le piattaforme divenute ormai un tutt’uno con l’ecosistema marino e punto di ripopolazione della fauna”.
È vero che lo stop della produzione di idrocarburi nel nostro Paese richiederebbe un aumento delle importazioni e il maggior traffico di petroliere nei porti italiani?

E.G. per il ‘sì’ – “Per il gas non si capisce bene di cosa stiamo parlando: quasi tutto quello importato arriva in Italia attraverso 5 metanodotti e solo per il 7% con navi metaniere sotto forma di gas liquefatto. Inoltre, la minore produzione di gas, che è pari ad appena il 3% del fabbisogno nazionale, potrebbe essere compensata puntando su rinnovabili ed efficienza energetica. Si potrebbero recuperare così i 60mila posti di lavoro persi dal 2013 a oggi, dando uno scossone al Pil. Secondo Enel e Confindustria, l’efficientamento energetico potrebbero creare 400mila nuovi posti e un giro d’affari compreso tra i 350 e i 510 miliardi. Quanto all’aumento delle estrazioni di petrolio nazionale è causa di maggior traffico nei porti italiani e di inquinamento”.

U.M. per il ‘no’ – “La fermata della produzione di gas e petrolio nazionale comporta la piena sostituzione con volumi equivalenti importati dall’estero. Bisognerà pagare in valuta e trasportare gli idrocarburi con petroliere e con nasiere di Lng (ma poi nessuno vuole I rigassificatori!). Storicamente i grandi inquinamenti a mare sono avvenuti nella fase del trasporto. Quindi il cambiamento farà aumentare i rischi. A meno che venga proposta per legge una riduzione dei consumi petroliferi, il che vuol dire ridurre drasticamente i trasporti (aerei, auto, camion, traghetti, navi, moto), limitare le produzioni delle aziende metalmeccaniche e rinunciare a coprire manto stradale e autostradale con gli asfalti di alta qualità prodotti dall’industria italiana”.
Quanto petrolio e quanto gas abbiamo? Le trivelle sono un buon affare?

E.G. per il ‘si’ – “Le trivelle sono state un buon affare per l’Italia nel periodo del boom economico. Enrico Mattei ebbe intuizioni geniali, ma oggi si proietterebbe verso il futuro. Con le riserve certe di idrocarburi stimate dal Mise potremmo far fronte alla domanda interna di petrolio per appena 7 settimane e di gas per 6 mesi, determinando ricadute negative sul turismo (10% del Pil e 3 milioni di occupati), la pesca (2,5% del Pil e 350mila occupati) e il settore agroalimentare (8,7% del Pil 3,3 milioni di occupati). Royalties a parte, che secondo la Corte dei Conti non sono tasse, il rischio industriale dovrebbe spingerci ad abbandonare progressivamente le fonti fossili.

U.M. per il ‘no’– “Ad oggi, l’industria petrolifera finanzia le sue attività e si assume tutti i rischi economici della ricerca senza alcun aiuto degli Stati. Paga regolarmente le royalties e le tasse, contribuendo al benessere collettivo. Non è il caso delle rinnovabili, che hanno bisogno di costanti e importanti finanziamenti pubblici, pagati dai cittadini attraverso le bollette dell’elettricità o con la tassazione diretta. Con il livello della ricerca raggiunta ad oggi, sarebbe impossibile sostituire gli idrocarburi con fonti rinnovabili. A meno che si decida di fermare il Paese per qualche decennio. No aerei, no tir, no autovetture. Per circa 30 anni”.

Questo è, in estrema sintesi, l’oggetto del referendum. Ma, tra i sostenitori del Sì, c’è chi vede nel voto del 17 aprile qualcosa di molto più ampio e importante. Tra questi c’è il geologo Mario Tozzi, già ricercatore del Cnr, poi divulgatore scientifico e conduttore Tv.

Tozzi, questo è un referendum tecnico?

Sì, lo è, come del resto lo sono tutti, ma il valore simbolico è forte. Significa che se vincessero i Sì finalmente il nostro paese si allineerebbe con quella che è l’unica posizione possibile oggi: l’abbandono dei combustibili fossili.

Quel è il punto cruciale?

Non è tanto che le trivellazioni facciano danni, provochino terremoti, questo no. Sono sciocchezze senza senso. Oppure che sfregino il paesaggio. Questo è vero in alcuni casi ma non in tutti. Il problema vero è che se tu continui a cercare nuovi idrocarburi, e poi li dovrai raffinare e bruciare, non ti allineerai mai agli obiettivi che invece, anche come governo nazionale, sostieni di voler perseguire.

Quindi è un referendum molto politico?

Senz’altro sì, è questo l’aspetto prevalente. E anche se il referendum non raggiungesse il quorum, una volta che è stato scoraggiato in tutti i modi non accorpandolo con le amministrative, e poi dicendo che è inutile e invitando ad andare in campagna, il valore politico rimane.

Lei è geologo, ha mai partecipato ad attività estrattive?

Sì, certo, come geologo ho partecipato diverse volte a prospezioni petrolifere, non sono particolarmente dannose in sé, il loro impatto ambientale è contenuto nella maggior parte dei casi e gli incidenti sono molto rari. Ma, ripeto, il problema non è questo. E’ un problema di prospettiva. E poi queste attività vengono favorite da un fattore preciso.

Quale?

In Italia le royalties che le compagnie petrolifere pagano per avere un permesso di prospezione – con il quale sono obbligate a fare almeno un pozzo – sono particolarmente basse. Mentre in molti paesi del mondo arrivano anche al 75%, da noi sono scarse, tra il 10 e il 20%. E’ molto favorita la possibilità di fare prospezione perché sai che nel caso di ritrovamento non pagherai poi tanto di royalties all’Italia.

Perché questa scelta?

Si faceva così un tempo perché l’Italia la si riteneva povera di petrolio, dunque per invogliare le compagnie si dava questa sorta di incentivo. Oggi non è più così perché abbiamo scoperto che in Italia c’è il giacimento petrolifero on-shore, sulla terraferma, più grande d’Europa, che è quello della Lucania. E nell’Adriatico e nello Ionio, cambiata la tecnologia, ed essendo possibile arrivare più in profondità, i giacimenti ci sono. E allora almeno le royalties andrebbero aumentate.

Le sostiene che l’industria degli idrocarburi è una “roba vecchia”. Perché?

Ma sì, affidarsi agli idrocarburi è una scelta vecchia, non al passo con le possibilità delle nuove tecnologie sostenibili. Ed è una scelta voluta da un ministero dello sviluppo economico guidato da un ministro assolutamente inadeguato alle sfide moderne. Il ministro Federica Guidi è un ministro di un vecchio modo di fare industria e politica che non c’è più in nessuna parte del mondo. Vecchio, vecchio, vecchio.

Perché dice che il governo è inadeguato su questo tema?

Bé, lo si è visto. Cercano cancellare gli incentivi alle energie rinnovabili, come se col sole si potesse solo accendere una lampadina! Incentivano la creazione di nuovi inceneritori. E fanno la scelta che sappiamo sulle trivellazioni. Si perseguono obiettivi vecchi: è la vecchia Confindustria, di cent’anni fa! La classe imprenditoriale italiana è vecchia, poco coraggiosa e incapace di innovazione e di ricerca.

Cosa dovrebbero chiedere i cittadini in materia energetica?

L’abbandono progressivo delle fonti fossili. Se noi abbiamo aderito all’accordo sul clima di Parigi, vuol dire che entro il 2050 dovremo tagliare le nostre emissioni inquinanti. E quando lo facciamo? Nel 2049? Devi cominciare adesso, non c’è tempo da perdere, a investire sulle energie rinnovabili e su quelle incentrare tutta la strategia energetica del Paese.
Viene paventata la perdita di posti di lavoro nell’industria estrattiva…
Ma per cortesia! Io sono senza parole… La riconversione delle attività estrattive in attività sostenibili da un punto di vista ambientale comporta sempre un aumento dei posti di lavoro. La rima conferenza stampa del presidente Obama, appena eletto nel primo mandato, fu da una fabbrica di pale eoliche che si era appena riconvertita dopo aver prodotto per decenni trivelle petrolifere. Ma poi questa storia del ricatto dei posti di lavoro! Produciamo pure dei veleni, allora! Io rimango stupefatto di fronte a certe affermazioni, Si parla di riconversione ecologica in tutto il mondo e da noi no perché sennò si perdono i posti di lavoro? Continuiamo così, bene l’ulva, bene Marghera, continuiamo così…

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